A Prima Vista
Ritorna a Storie Ale

Breaking Dawn.
Jacob ha appena avuto l’imprinting con Renesmee.
Bella brucia in silenzio.
Mi è sempre mancata la prospettiva di Edward, dopo un momento tanto tragico e importante insieme, come la nascita di sua figlia. Questo è quello che mi ha dettato l’immaginazione.
Ale
Tolsi le mani dal suo petto, cauto, pronto ad intervenire nuovamente, ma il battito, rapidissimo, me lo stava confermando: la trasformazione di Bella era iniziata.Jacob era sparito, credendola morta.
Rosalie si stava godendo il suo surrogato di maternità.
Dopo qualche minuto sentii la presenza di Alice, l’unica che osò entrare, l’unica che, lo sentivo, desiderava entrare. Muovendosi leggera riportò l’ordine nello studio, lanciandomi brevi occhiate, canticchiando mentalmente una leggera melodia senza parole: apprezzai il gesto, non avevo voglia di condividere i pensieri di nessuno.
Alla fine, di tutto quello che era accaduto, rimaneva solo il tavolo operatorio. Bella vi giaceva sopra, immobile, quieta, sembrava addormentata. Ripensai a Esme, Rosalie, Emmett, nel momento della loro trasformazione, alle grida, chiedevano di essere uccisi per annientare il fuoco che stava consumando la loro umanità. Ricordavo io stesso quel dolore intenso e artigliante, che non aveva risparmiato neppure una singola cellula… Bella, al contrario, stava bruciando in silenzio: se da un lato mi era risparmiato lo strazio di sentirla urlare, dall’altro non riuscivo a trovare certezze. Forse troppa morfina, oppure…
La mano di Alice mi sfiorò un braccio, interrompendo i pensieri e facendomi trasalire. “Riesco a vederla ora, andrà tutto bene.”. Mi guardò serena, con la tranquillità che sfoderava quando era sicura delle sue visioni. Che sguardo potevo avere mentre mi voltavo verso Alice? Dubbio, rimorso, paura? Non ero ancora emerso, completamente, dal pozzo nero in cui ero precipitato quando avevo capito che nulla avrebbe smosso Bella dal folle, insano, assurdo proposito di portare avanti quella gravidanza. Avevo ancora davanti agli occhi il corpo fragile e straziato di mia moglie, mentre i pensieri di Alice erano già avanti di giorni interi. “Fidati, non può essere altrimenti, e poi è lì ferma, niente può cambiare ciò che vedo”. Per la prima volta mi concessi il lusso, insperato, di alleggerirmi dai pensieri, grevi e ingombranti, che avevano affollato ogni secondo di quelle spaventose settimane. Pensare di averla condannata a morte era stato un pensiero insostenibile, un inferno di gran lunga peggiore di quello in cui ero sprofondato, volontariamente, quando l’avevo lasciata. Sospirai, tremando e chiudendo gli occhi, stringendo per un attimo la mano di Alice.
- Davvero l’hai vista? – le chiesi, lasciando uscire una voce che doveva ancora riacquistare un tono normale, era strana, metallica, vi sentivo ancora l’eco della tragedia appena sfiorata.
- Certo! – ripeté ad alta voce. Mi azzardai a spiare la sua visione. Potevo crederci? Potevo abbandonarmi a quell’illusione chiara, screziata di nero e rosso? I nuovi colori con i quali si sarebbe riaffacciata al mondo.
- Non sono infallibile, so che qui dentro è appena successo il finimondo, ma… ora la vedo, ogni secondo che passa la visione è più nitida, era solo la bambina ad offuscare le visioni… – lasciò in sospeso le parole, mordicchiandosi il labbro inferiore, sbirciando il viso di Bella. Senza preoccupazione, solo con la curiosità di poter cogliere i primi cambiamenti. Nella sua mente, di nuovo, l’immagine di Bella, come l’aveva vista tempo indietro: il viso liscio e immortale, le sue braccia affettuosamente strette intorno a Alice, le iridi cremisi vivaci come fiamme. Una differenza, una sola: il viso di Bella non era freddo e impassibile, lo sguardo non era impenetrabile: irradiava felicità. “Lo so, Bella ci sorprenderà”.
Sospirò soddisfatta, poi mi guardò con occhio critico – Edward, devi darti una sistemata.
Mi guardai le mani e gli abiti, ancora rossi del sangue di Bella. Guardai lei, sempre così silenziosa, sempre apparentemente addormentata.
- Rimango io qui, non accadrà nulla nei prossimi dieci minuti, vai! – mi ordinò spingendomi fuori della stanza.
Iniziai a riprendere contatto con la realtà, mentre lavavo via il sangue dal mio corpo e dai miei pensieri, lasciandomi conquistare da una speranza nuova, lucida, forte, alla quale potermi sostenere per superare le prossime ore d’attesa. Sentii il cuore di Jacob battere forte e profondo, mentre Rosalie stava canticchiando, la voce chiusa in un mormorio incantevole. Ad avvolgere i due suoni un battito veloce, un frullo d’ali, uno sfarfallio delicato, che mi legò lo stomaco con i lacci di un’emozione sconosciuta.
Non ci misi molto a tornare nello studio, volevo chiedere a Alice di restare ancora con Bella. Varcando la soglia mi balenò davanti agli occhi una macchia celeste che prima non c’era.
- Alice! – sibilai, guardando Bella fasciata in un aderente abito di seta azzurra.
- L’ho solo vestita! – si giustificò, alzando le spalle con aria innocente – Non può svegliarsi e ritrovarsi nuda. Se non ti piace posso cambiarla e…
- Alice!
- Ok, vada per l’azzurro, le sta d’incanto. – mi sorrise tranquilla, l’immagine di Bella nella sua mente che assumeva contorni sempre più definiti – Sì, rimango volentieri.
Aveva visto ciò che stavo per chiederle, e la risposta alla mia domanda, prima ancora che riuscissi a formularla, mi strappò un mezzo sorriso, restituendomi una briciola della nostra quotidianità che, poche ore prima, non pensavo di poter rivivere.
- Renesmee. – e mi sorrise di rimando.
Nel momento in cui pronunciò il suo nome, mi accorsi dell’impazienza che mi animava, del desiderio di rivederla, di rendere reale la sua nascita così burrascosa. Bastò il suo nome a dividere in due la mia attenzione, gli occhi su Bella, il pensiero all’immagine di una neonata sporca di sangue. Ero riuscito a guardarla solo di sfuggita, negli attimi concitati che erano seguiti alla sua nascita. Ne ricordavo vagamente i pensieri di curiosità nell’osservare la nuova realtà che la circondava.
- Ti assicuro che non accadrà nulla, – mi rassicurò dolcemente. Sul viso tenero, da elfo, l’aria più seria che non le avessi mai visto. – prenditi tutto il tempo che vuoi.
Tempo. Di quanto tempo avrei avuto bisogno per prendere coscienza della mia nuova condizione? Un pensiero che per ora mi sospingeva sull’orlo di qualcosa d’ignoto, mi lasciava in sospeso tra vertigini e aspettativa… e sì, panico, senso di colpa. Il terrore di non riuscire a ritrovare l’istinto giusto, quella scintilla che si era accesa quando avevo sentito, per la prima volta, i pensieri di Renesmee.
Strana la scena che trovai una volta scese le scale, sorprendenti i pensieri che percepivo.
Vedevo Rosalie di spalle, seduta su un angolo del divano, il viso chino sulla neonata, intenta a cullarla, il lembo di una coperta bianca che cadeva a coprire un bracciolo.
Dietro di lei Jacob, le mani che affondavano nella spalliera, chino a sua volta su Rosalie. Nessuno dei due sembrava essersi accorto della mia presenza, erano totalmente presi dalla bambina, dall’adorazione che sentivano per lei. Per quanto fossero diversi, per quanto si detestassero, in quel momento avevano un pensiero comune, limpido e luminoso: nella mente di entrambi riecheggiavano il nome e il volto della bimba.
- Jacob! – lo chiamai piano per attirare la sua attenzione. Scattò rapidissimo, quasi sull’attenti, voltandosi e nel contempo appoggiandosi al divano, quasi a cercare un sostegno, incerto tra il restare e il fuggire. Non poteva andare via da lì, c’era un legame molto forte che glielo impediva: Bella? Sicuramente si era accorto che il cuore batteva, sapeva che si stava trasformando: per lei avrebbe superato anche il ribrezzo per la nostra specie, per quello che stava diventando? No, non era salito, era rimasto lì, perso nella contemplazione della bambina che aveva quasi ucciso la donna che amava.
- Non ho potuto farci niente. – si scusò Jacob con uno sguardo allarmato. Non capivo cosa avrebbe dovuto fare, o cosa non avrebbe dovuto fare… I suoi pensieri non avevano parole, vorticavano in una girandola di colori e sensazioni: il sole sulla pelle, i sassi colorati e scintillanti sulla spiaggia della riserva, il verde della foresta sfumato in macchie indefinite durante una corsa, l’odore della pioggia tra gli alberi, un falò dalle fiamme azzurre che rischiarava la notte… Alla fine vidi l’intero piccolo universo di Jacob Black che si sbriciolava, per ricomporsi e compattarsi nel viso, ancora poco familiare, di Renesmee.
Tirai con forza l’aria dentro i polmoni per la sorpresa.
- Non ho nemmeno avuto il tempo di pensare a ciò che mi stava accadendo! – si giustificò ancora, mentre si chiedeva fra quanto sarei esploso. Lasciai andare l’aria rumorosamente, in un sospiro rassegnato. Certamente, non aveva potuto opporsi, sapevo cosa gli era successo, il branco mi aveva dato più volte l’opportunità di esplorare i loro pensieri… li avevo definiti affascinanti. In quel momento, invece, non li trovavo più così attraenti. Una parte di me comprendeva Jacob, quasi lo compativa per il ginepraio in cui, suo malgrado, si era cacciato. L’altra voleva staccargli la testa: altre complicazioni, proprio ciò di cui avevo bisogno in quel momento.
- Ne parleremo con calma Jacob, ma immagino che non ci sia molto da dire.
Aggirai il divano, Rosalie mi guardò da sotto in su, silenziosa, pensieri di scuse le affollavano la mente, mescolati a fiotti di calore e tenerezza, e alla curiosità per il breve dialogo con Jacob.
Le tesi semplicemente le braccia.
Non dette voce alle proteste spontanee che nacquero insieme alla mia richiesta, e si alzò per passarmi la piccola. Calda e morbida, con istintiva naturalezza la strinsi piano a me, aveva il respiro tranquillo di chi sta dormendo.
Non la guardai, non ancora, non lì. Dato che Bella non poteva essere con me, non avrei condiviso quel momento con nessun altro.
Mentre raggiungevo la mia camera pensavo all’imprinting: ammisi a me stesso che quell’istinto inesplicabile aggiungeva un inaspettato tassello a tutta la vicenda. Jacob si ritrovava ad amare chi pensava di odiare.
Chiusi piano la porta dietro di me.
Sedendomi sul divano abbassai lo sguardo su di lei.
Ero conscio di essere totalmente impreparato, tra il desiderio di un figlio e il peso vivo tra le mie braccia c’era un abisso, un abisso che normalmente gli umani colmavano in nove mesi d’attesa.
Capii immediatamente che “impreparato” era un eufemismo.
Qualcuno, forse quel dio che avevo dichiarato assurdo, aveva trovato, chissà dove, quel che restava della mia umanità. L’aveva estirpata, sciolta in un crogiolo, separata da qualsiasi mostruosità l’avesse contaminata, rendendola nuovamente pura. Candida quanto la parte di Bella alla quale si era unita. Era stata una mano esperta quella che aveva pestato in un mortaio le nostre essenze, un moto profuso da disperata e determinata energia, che aveva quasi dissolto le nostre nature. Infinitesimamente polverizzate, annullate da qualsiasi residuo d’identità, le aveva fuse insieme, plasmate, cristallizzate in una nuova realtà che aveva qualcosa di noi, ma che andava al di là di noi.
Pura alchimia… Due nature opposte sublimate, elevate in quella piccola e perfetta creatura. Sorprendente e sconcertante pensare che una parte di me riprendeva vita, una parte di Bella sopravviveva in lei.
Mi ero innamorato di mia figlia, a prima vista, ci appartenevamo reciprocamente, ed era bastato uno sguardo per rendermene conto in maniera assoluta.
L’amavo con una profondità che non avrebbe mai conosciuto limiti. Quel sentimento, così nuovo ed antico allo stesso tempo, andava ad incastonarsi vicino all’amore che sentivo per Bella. Se avessi avuto il coraggio di pensarci, non l’avrei creduto possibile, eppure vi si collocava perfettamente: come se quello spazio fosse lì da sempre, nell’attesa di essere colmato.
Senza voler resistere, varcai la breccia luminosa che mi si era aperta davanti, annullai, senza sforzo, la breve distanza che separava il mio cuore muto dal suo, lasciandomi semplicemente avvolgere dal suo calore, dalla tranquillità del respiro, dalla dolcezza dei suoi primi sogni innocenti.
Avevo tra le braccia un angelo dai riccioli ramati, la mia copia in miniatura, i tratti addolciti dalla femminilità del viso di Bella: lo ricordava nella forma, nella pelle chiara e traslucida, nella sfumatura rosata delle guance. Socchiuse le labbra aggrottando lievemente le sopracciglia, nell’identica tenera espressione che aveva Bella quando sognava.
Non avrei negato a me stesso l’orrore che avevo provato alla notizia della gravidanza, se fossi tornato indietro non avrei saputo reagire diversamente: un mostro che genera un altro mostro, era stato uno dei miei primi pensieri. Avrei sfidato chiunque a calarsi nei miei panni, con le visioni di Kaure nella mente e le parole poco incoraggianti di Carlisle
Mi ero ritrovato impotente ad assistere, giorno dopo giorno, alla lenta agonia dell’unica ragione della mia esistenza. Finché non avevo sentito i pensieri di mia figlia, avevo pensato solamente a Bella, alla possibilità sempre più concreta di perderla. Era stato un errore? L’unico sbaglio era stato non parlarne subito con lei, dopo era stato troppo tardi, avrei dovuto condividere le mie paure, da subito. Paure amplificate dal sangue del parto, placate dal respiro lieve di Renesmee… Completamente annullate dal profumo della sua pelle, lo riscoprii dentro di me, incantevole come la prima volta che l’avevo sentito, richiamava momenti di purezza e felicità.
Avvolsi un ricciolo setoso intorno ad un dito.
- Renesmee… – pronunciai appena il suo nome per renderla più reale, quasi fosse un sogno da afferrare, da non lasciar dissolvere alle prime luci del mattino.
Senza preavviso, con la tranquillità più assoluta, aprì gli occhi: scuri, profondi, vellutati, l’esatta sfumatura degli occhi di Bella replicata nei suoi. Mi sorrise consapevole, nella sua mente le prime immagini che aveva di me, associate alla mia voce, che ricordava da sempre. Quell’emozione mi scaldò il cuore, non avrei mai trovato espressioni adeguate per descriverla, rovesciò, in un attimo, tutti i concetti d’amore ed eternità che erano stati miei prima di quel sorriso. Era nata da poco più di un’ora, eppure già non riuscivo ad immaginare la mia vita senza di lei.
Liberò una manina dalla coperta, non era un gesto involontario, con precisione la portò sul mio viso, quasi volesse rafforzare il suo pensiero, il volto di Bella associato al desiderio di rivederla, di stare con lei, di ristabilire il contatto che si era interrotto troppo bruscamente.
- Presto – le promisi, con il primo vero sorriso che riuscii a trovare dopo settimane. Non le faceva piacere rimandare, ma fiduciosamente si rassegnò. Prometterlo a lei rafforzava la speranza nella visione di Alice.
Pensò a Jacob, le piaceva il suo sguardo d’adorazione e assoluta dedizione, era cosciente di quanto già facesse parte del suo mondo. Vederlo con i suoi occhi era un punto di vista inaspettato, capivo quanto n’era già stata conquistata. Sorrisi pensando che a me non rimaneva altro che accettare, la decisione che esprimeva Renesmee era notevole.
Lasciò la sua mano sul mio viso, un contatto piacevole in una maniera unica. Lei non era infastidita dal freddo, nemmeno si chiedeva il perché di tanta differenza tra noi due, era così e tanto le bastava. Richiamò alla mente il suo breve vissuto, quei primi momenti concitati, visi che si avvicendavano, profumi sconosciuti, braccia che la lavavano e la cullavano, la soddisfazione della sete, che in quel momento si stava facendo risentire. Un istinto diverso dal mio, più mite, non le bruciava la gola. Non per questo era meno forte. Si dimenò impaziente, pensando a Rosalie che la nutriva.
- Sì, sei stata chiarissima, scendiamo. Oltretutto i pensieri di Jacob e Rosalie sono talmente chiassosi che temo sfonderanno presto la porta. – fece uno sguardo interrogativo, avevo parlato sovrappensiero, ma lei doveva aver capito, parola per parola.
- Credo che dovrò farci l’abitudine, stanno pensando che tuo padre non ha il diritto di requisirti così a lungo.
Scosse la mano, come a voler scacciare via quelle parole, rannicchiandosi tra le mie braccia, a voler affermare il pensiero d’amore puro e incondizionato che sentiva per me. Le baciai il palmo della manina che mi porgeva.
- Ti amo anch’io – le confermai, godendo del suo sorriso luminoso.
Il viso di Bella era una costante dei suoi pensieri, ma in quel momento lo fece emergere insieme ad un nota malinconica e dolorosa di nostalgia, sentiva anche lei che quel momento sarebbe stato davvero perfetto, se avessimo potuto condividerlo con lei.
- Sta… dormendo, ma non la disturberemo se ci fermiamo da lei per qualche minuto.Renesmee indicò la porta, la guance accese e il sorriso raggiante, lucente, più chiaro di un sì pronunciato ad alta voce
Ritorna a Storie Ale





mLaufmIkay uggs outlet aFohydQkzn http://boots-outletstore.info
juDjCHzifptydzLY chanel handbags for sale VmhlLIfdqjeewqRF http://www.haroldhingle.com
La prospettiva di Edward mancava. Solo tu avresti potuto renderla così tanto, da rapire il lettore fino all’ultima parola. Sempre bello leggerti e rileggerti. Grazie.
Grazie mille
Mi fa sempre tanto piacere che venga letta!
ti faccio ancora i miei complimenti Ale questa storia mi piace tantissimo è davvero tenera e bellissima